Burn-out

Di burn-out si parla ancora molto, sempre di più , e a mio avviso giustamente, perché c’è ancora bisogno di occuparsene, probabilmente più di quanto ce ne fosse quando la parola ha iniziato a diffondersi. Originatosi 20-30 anni fa negli Stati uniti, pian piano il concetto (insieme alle prime avvisaglie della problematica) è arrivato fino a noi, ma è solo da un decennio che si è diffuso a livello popolare ed è entrato nel nostro lessico e nel nostro immaginario.

L’immagine, appunto, che si lega all’espressione ‘Burn-out’ è quella di un lavoratore della Wall street degli anni ‘80, talentuoso, energico e non di rado carrierista, che si dà tutto per il proprio lavoro per poi scoprire con colpevole ritardo che il resto della vita se ne è andato a rotoli e che il lavoro su cui aveva investito così tanto non gli ha dato indietro niente di ciò che inizialmente aveva creduto.

I motivi e i contesti potevano essere tanti e diversificati, potevano per esempio esserci un lavoro fin troppo amato e riuscito, una totale e cieca dedicazione ad una causa, un fallimento dovuto ad eventi incontrollabili oppure antagonisti che mettevano i bastoni tra le ruote del lavoratore, ma si partiva sempre da un dato specifico: il lavoratore inizialmente aveva alte aspettative sul lavoro e, per traslazione, su sé stesso.

Adesso non è più così, sta cambiando rapidamente, e io sostengo che dovremmo cambiare anche la parola Burn-out, che radica il suo senso in una concezione del lavoro che sta scomparendo. Non c’è più l’angelo (tendenzialmente) buono, il lavoratore con prospettive e aspettative che si brucia per il troppo ardore professionale, per lo scontro etico con i capi, per sopraggiunte incompletezze e fragilità interiori.

La posizione del lavoratore di adesso, che dovremmo ripensare e aggiornare, è ben esemplificata da un fatto storico: la marcia dei 40.000 nel 1980 a Torino, FIAT, in cui la classe impiegatizia scendeva in strada per la prima volta per chiedere la fine delle proteste operaie. Prima di allora c’era stata una lunghissima fase di protesta e scontro di classe, in cui l’azienda era tendenzialmente vista come il padre-padrone, il nemico; dopo si diffuse invece la prospettiva di origine asiatica che vedeva la bontà dell’azienda-madre e voleva esserne parte e contribuire al suo sviluppo, che ricalcava anche il proprio sviluppo.

Adesso invece c’è un lavoratore alle prese con precarietà, bassi salari, angosce lavorative epocali, turni massacranti, solitudine reale e percepita, che nell’azienda non vede nient’altro che la madre-matrigna e non vuole/non riesce ad identificarsi con essa ma, nello stesso tempo, non ha le forze e la chiarezza mentale per opporsi, chiedere, farsi sentire.

Perciò il Burn-out non è più il trovarsi improvvisamente fuori asse dopo aver funzionato a pieni giri ed essersi in tal modo bruciato, o solo sbruciacchiato, ma è piuttosto il dover accettare dall’azienda pasti miseri, cucinati senza amore, e ritenersi perfino fortunati perché si ha la sensazione che possa da un momento all’altro succedere di peggio. Il lavoratore, impiegato o operaio non cambia ormai molto, vuole solo fare il proprio stando zitto, defilato, non visto, tentando così di non incorrere nelle ire dell’azienda madre-matrigna.

Non è un bruciar fuori, è uno spegnersi lentamente in silenzio o addirittura un vivere spenti, perché di meglio non ci sembra che si possa fare, non ci sembra di poter scorgere né le condizioni esteriori né le forze interiori. E invece qualcosa

Personalmente penso e agisco in maniera diversa e cerco di aiutare professionalmente chi vuole opporsi a tutto ciò e cercare di modificare qualcosa, o se va bene molte cose, di sè; ma questa è la fotografia sociale che ho modo di osservare con grande frequenza e ho voluto condividerla, perché se vogliamo cambiare qualcosa di noi prima dobbiamo osservarla attentamente, senza reticenze e illusioni, senza autoinganni e paraocchi.

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Don Chisciotte